MAFIA, 80 ARRESTI TRA ITALIA E USA

da Ansa.it
Sono 77, per ora, le persone arrestate nell’ ambito dell’ operazione congiunta di polizia ‘Old bridge’, di cui 19 a Palermo (più quattro ordinanze che hanno raggiunto persone già in carcere) e 54 negli Stati Uniti. Lo ha detto il direttore centrale anticrimine della Polizia di Stato, Francesco Gratteri, nella conferenza durante la quale è stata illustrata l’operazione, “che – ha aggiunto – è tuttora in corso”. Dall’ inchiesta emerge che alcuni di loro hanno riallacciato relazioni sul territorio americano, e in particolare con personaggi inseriti nella famiglia mafiosa americana degli Inzerillo-Gambino. Le indagini sono condotte dal Servizio centrale operativo della polizia di Stato e dalla Squadra mobile di Palermo, coordinati dalla Dda e dalla procura nazionale antimafia.
I CONTATTI FRA BOSS SICILIANI E AMERICANI
Il mafioso, Nicola Mandalà, a partire dal 2003, aveva attivato canali e contatti con i boss del mandamento palermitano di “Passo di Rigano”, che da sempre ha avuto collegamenti con le famiglie americane della Lcn (La Cosa nostra). E’ quanto emerge dall’ inchiesta Old Bridge. Questi contatti, secondo gli inquirenti, avevano il fine di elaborare e perseguire una strategia di riammissione di alcuni boss che negli anni ’80 erano fuggiti da Palermo per scampare alla guerra di mafia scatenata da Toto’ Riina, e rifugiarsi negli Stati Uniti. Fra gli “scappati” vi erano gli Inzerillo, i quali, dopo un lungo periodo trascorso “in esilio” sarebbero stati fatti ritornare in Sicilia e riammessi negli affari dei boss palermitani, in particolare nel traffico di droga. Gli investigatori non hanno accertato se Mandalà fosse stato autorizzato da Provenzano, con il quale il mafioso aveva nel 2003 un rapporto molto stretto perché ne gestiva la latitanza, oppure se è stato spinto dal capomafia Salvatore Lo Piccolo. Di certo Mandalà ha effettuato diversi viaggi negli Stati Uniti dove ha incontrato Frank Calì e altri affiliati al clan degli Inzerillo di New York sospettati dall’Fbi di essere coinvolti in traffici di droga.
IN INCHIESTA ANCHE ESTORSIONI AD AZIENDE PALERMO
Sono decine le estorsioni scoperte nell’ambito dell’indagine “Old bridge” della polizia di Stato e vanno da quella alla ditta di “autoservizi Cuffaro”, alla “Monti Costruzioni” fino alla catena di negozi “Prima Visione” a Palermo. La conversazione registrata fra il boss Nino Rotolo e il capomafia agrigentino Calogero Di Gioia, mette in evidenza l’estorsione imposta alle “autolinee Cuffaro” di Casteltermini (Agrigento), omonima dell’azienda di famiglia dell’ex presidente della Regione che è di Raffadali. Di Gioia si lamenta di avere saputo che personale della ditta Cuffaro era stato “avvicinato” da soggetti che avevano formulato richieste estorsive con modalità difformi da quelle nel tempo consolidate: “Anche perché effettivamente è vent’anni che non si è fatto vedere nessuno”, confida al boss. Rotolo, che ricollega la vicenda ai nuovi assetti del mandamento di Brancaccio, al cui vertice è arrivato Pino Savoca, incarica un suo colonnello, Gianni Nicchi, latitante, di capire cosa sia accaduto. E si scopre che per anni l’azienda è venuta incontro alle richieste di Cosa nostra non versando denaro, ma assumendo persone. Una prassi consolidata interrotta da Savoca, che ha mandato un suo uomo a chiedere 500 euro al mese alla ditta.
LA DROGA UNISCE LE FAMIGLIE OLTREOCEANO
di Lara Sirignano
PALERMO In principio furono don Tano Badalamenti, Vittorio Mangano, Masino Buscetta: pionieri del grande business della droga tra l’America e la Sicilia. Da Pizza Connection, prima maxi inchiesta sul narcotraffico, a Old Bridge, l’indagine coordinata dalla dda di Palermo, sono passati quasi 30 anni, ma la droga continua a essere comune denominatore degli affari illeciti tra le cosche siciliane e quelle statunitensi. Un business mai interrotto, quello che ha legato i due continenti, negli ultimi anni diventato ancora più intenso. E i nomi delle famiglie Usa coinvolte sono sempre gli stessi: Gambino, Inzerillo. I vecchi padrini della Grande Mela, il traffico l’hanno dato in gestione alle nuove leve come Frank Calì detto ‘u Franki’. Mentre le cosche palermitane affidano il denaro frutto delle estorsioni e delle altre attività illecite, perché venga reinvestito in stupefacente, agli emergenti come il palermitano Gianni Nicchi. Ed è proprio seguendo i viaggi oltreoceano di Nicchi, che all’epoca non era ancora latitante, che nel 2003 gli investigatori hanno riannodato i fili del’antica rete della droga che unisce il vecchio al nuovo continente. Il 26 novembre il rampollo del capomafia Nino Rotolo vola a New York insieme ad un uomo storico di Bernardo Provenzano, Nicola Mandalà, capomafia di Villabate. Il 23 dicembre stessa destinazione per altri due mafiosi di spicco, Giuseppe Inzerillo e Salvatore Greco. Il 18 marzo, Mandalà torna negli Usa insieme a un altro boss di Villabate, Enzo Fontana. Tutti i viaggi sono preceduti da fitti appuntamenti con i capi delle principali famiglie palermitane. “Ciò- scrivono i magistrati – va ad avvalorare l’ipotesi che il viaggio fosse stato organizzato in nome e per conto di più famiglie mafiose palermitane associatesi nell’occasione, per la conclusione di un redditizio affare da portare avanti negli Stati Uniti, che poteva essere quello dell’acquisto di una ingente partita di droga”. E il ricordo va a Pizza Connection, inchiesta che scoperchiò la pentola del miliardario business della polvere bianca. Nel 1984 si parlava di un giro d’affari di un miliardo e 65 milioni di dollari. Poi fu la volta di Iron Tower, indagine del 1988 che fu la proiezione, negli Usa orientali, di un’inchiesta italiana sulle famiglie mafiose di Torretta e Carini. Un’intuizione, quella degli inquirenti, che portò alla scoperta di un nuovo canale del traffico di droga fra l’Italia e l’America. In carcere finirono i corrieri dell’eroina. Parallelamente gli investigatori scoprirono, a Brooklyn, gli affari dei fratelli Giuseppe e Giovanni Gambino che, dietro attività legali di copertura nel settore alimentare, nascondevano il commercio di stupefacenti. Francesco Inzerillo coordinava i rapporti tra i boss siciliani e cugini americani : l’eroina raffinata in Sicilia, come aveva capito già nel 1979 Boris Giuliano, vicequestore che pagò con la vita proprio le sue intuzioni sui traffici di droga, veniva venduta in America. Nell’isola, dagli Usa, invece giungeva la cocaina americana.di Lara Sirignano) (ANSA) – PALERMO, 7 FEB – In principio furono don Tano Badalamenti, Vittorio Mangano, Masino Buscetta: pionieri del grande business della droga tra l’America e la Sicilia. Da Pizza Connection, prima maxi inchiesta sul narcotraffico, a Old Bridge, l’indagine coordinata dalla dda di Palermo, sono passati quasi 30 anni, ma la droga continua a essere comune denominatore degli affari illeciti tra le cosche siciliane e quelle statunitensi. Un business mai interrotto, quello che ha legato i due continenti, negli ultimi anni diventato ancora più intenso. E i nomi delle famiglie Usa coinvolte sono sempre gli stessi: Gambino, Inzerillo. I vecchi padrini della Grande Mela, il traffico l’hanno dato in gestione alle nuove leve come Frank Calì detto ‘u Franki’. Mentre le cosche palermitane affidano il denaro frutto delle estorsioni e delle altre attività illecite, perché venga reinvestito in stupefacente, agli emergenti come il palermitano Gianni Nicchi. Ed è proprio seguendo i viaggi oltreoceano di Nicchi, che all’epoca non era ancora latitante, che nel 2003 gli investigatori hanno riannodato i fili del’antica rete della droga che unisce il vecchio al nuovo continente. Il 26 novembre il rampollo del capomafia Nino Rotolo vola a New York insieme ad un uomo storico di Bernardo Provenzano, Nicola Mandalà, capomafia di Villabate. Il 23 dicembre stessa destinazione per altri due mafiosi di spicco, Giuseppe Inzerillo e Salvatore Greco. Il 18 marzo, Mandalà torna negli Usa insieme a un altro boss di Villabate, Enzo Fontana. Tutti i viaggi sono preceduti da fitti appuntamenti con i capi delle principali famiglie palermitane. “Ciò- scrivono i magistrati – va ad avvalorare l’ipotesi che il viaggio fosse stato organizzato in nome e per conto di più famiglie mafiose palermitane associatesi nell’occasione, per la conclusione di un redditizio affare da portare avanti negli Stati Uniti, che poteva essere quello dell’acquisto di una ingente partita di droga”. E il ricordo va a Pizza Connection, inchiesta che scoperchiò la pentola del miliardario business della polvere bianca. Nel 1984 si parlava di un giro d’affari di un miliardo e 65 milioni di dollari. Poi fu la volta di Iron Tower, indagine del 1988 che fu la proiezione, negli Usa orientali, di un’inchiesta italiana sulle famiglie mafiose di Torretta e Carini. Un’intuizione, quella degli inquirenti, che portò alla scoperta di un nuovo canale del traffico di droga fra l’Italia e l’America. In carcere finirono i corrieri dell’eroina. Parallelamente gli investigatori scoprirono, a Brooklyn, gli affari dei fratelli Giuseppe e Giovanni Gambino che, dietro attività legali di copertura nel settore alimentare, nascondevano il commercio di stupefacenti. Francesco Inzerillo coordinava i rapporti tra i boss siciliani e cugini americani : l’eroina raffinata in Sicilia, come aveva capito già nel 1979 Boris Giuliano, vicequestore che pagò con la vita proprio le sue intuzioni sui traffici di droga, veniva venduta in America. Nell’isola, dagli Usa, invece giungeva la cocaina americana.
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